Il tema degli autovelox non omologati è diventato uno dei dossier più delicati e controversi nel rapporto tra automobilisti, amministrazioni locali e Stato. Al centro del dibattito non c’è soltanto la legittimità delle sanzioni elevate negli ultimi anni, ma anche la credibilità dell’intero sistema di controllo della velocità sulle strade italiane. La questione è esplosa definitivamente dopo una serie di interventi normativi, censimenti ufficiali e soprattutto una sentenza destinata a fare giurisprudenza, che ha messo in discussione migliaia di verbali.
Secondo i dati ufficiali diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sul territorio nazionale risultano presenti circa undicimila dispositivi per il rilevamento della velocità. Si tratta di un numero imponente, che testimonia quanto il controllo elettronico sia diventato nel tempo uno strumento centrale nelle politiche di sicurezza stradale. Tuttavia, il quadro che emerge dal censimento avviato dal MIT racconta una realtà molto diversa da quella che ci si potrebbe aspettare in termini di regolarità e conformità normativa.
Autovelox non omologati: il censimento del MIT e la fotografia reale dei dispositivi
Alla fine di settembre è stata attivata una piattaforma telematica attraverso la quale le amministrazioni e gli enti responsabili degli organi di polizia stradale erano chiamati a registrare tutti i dispositivi in uso. L’obiettivo era duplice: ottenere un quadro chiaro e verificabile degli autovelox attivi e verificare il rispetto dei requisiti tecnici necessari per il loro utilizzo legittimo.
I numeri forniti dal Ministero sono eloquenti. Su circa undicimila apparecchi informalmente rilevati, solo tremilaottocento sono stati effettivamente registrati sulla piattaforma. Questo significa che appena un terzo dei dispositivi presenti sulle strade italiane risulta censito secondo le modalità richieste. Ancora più significativo è il dato relativo all’omologazione: tra quelli registrati, poco più di mille rientrano automaticamente nei requisiti previsti dal decreto in fase di adozione. In pratica, gli autovelox omologati secondo tutti i parametri sono molto pochi, mentre gli autovelox non omologati sono la stragrande maggioranza.
In termini percentuali, emerge che meno del dieci per cento degli autovelox complessivamente stimati sul territorio nazionale risulterebbe pienamente conforme ai criteri di omologazione. Un dato che apre scenari complessi e che spiega l’urgenza con cui il Governo ha deciso di accelerare l’iter normativo.
Registrazione obbligatoria e utilizzo legittimo
Il censimento non aveva un valore puramente statistico. L’inserimento dei dati relativi ai dispositivi era infatti considerato una condizione necessaria per il loro utilizzo. Le amministrazioni avevano l’obbligo di comunicare marca, modello, tipologia, numero di matricola e riferimenti al decreto di approvazione o estensione rilasciato dal MIT. In assenza di tali informazioni, gli autovelox, sia fissi sia mobili, avrebbero dovuto essere spenti.
Il fatto che solo una parte limitata degli enti abbia completato correttamente la procedura ha sollevato interrogativi non solo sulla gestione amministrativa, ma anche sulla legittimità delle sanzioni elevate nel frattempo.
La sentenza della Cassazione e il caos delle multe
A far esplodere il tema degli autovelox non omologati è stata la sentenza della Corte di Cassazione dell’aprile 2024. Con una pronuncia destinata a incidere profondamente sul sistema sanzionatorio, la Suprema Corte ha stabilito la nullità delle multe elevate tramite dispositivi approvati ma non omologati.
La distinzione tra approvazione e omologazione, spesso ignorata o sottovalutata nel dibattito pubblico, è diventata improvvisamente centrale. L’approvazione riguarda la conformità del dispositivo a un determinato modello, mentre l’omologazione certifica che quello specifico apparecchio risponde ai requisiti tecnici e funzionali previsti dalla normativa. Senza omologazione, secondo la Cassazione, la sanzione non può considerarsi valida.
Questa sentenza ha aperto la strada a un potenziale contenzioso di massa, mettendo in discussione verbali già notificati e procedimenti ancora in corso. Il rischio è quello di una vera e propria paralisi amministrativa, con conseguenze economiche e operative per gli enti locali.
Il decreto sull’omologazione e la procedura europea
Alla luce di questo scenario, il Governo ha deciso di accelerare l’iter del decreto dedicato all’omologazione degli autovelox. Il provvedimento è stato recentemente trasmesso al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la successiva notifica a Bruxelles, come previsto dalle procedure comunitarie.
L’attivazione della procedura TRIS comporta una clausola di stand still, ovvero un periodo di attesa di novanta giorni durante il quale le norme precedenti perdono efficacia. Si tratta di una fase delicata, perché crea un vuoto normativo temporaneo che potrebbe incidere sull’operatività dei controlli e sulla validità delle sanzioni.
Proprio questa sospensione normativa alimenta l’incertezza tra cittadini e amministrazioni, in attesa di un quadro definitivo che stabilisca con chiarezza quali dispositivi possano essere utilizzati e a quali condizioni.
La posizione del Governo e il ruolo della sicurezza stradale
Secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, il censimento rappresenta un passaggio fondamentale per restituire trasparenza al sistema. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire che gli autovelox siano strumenti di prevenzione degli incidenti e non meccanismi finalizzati alla mera produzione di entrate per le casse comunali.
Il tema della sicurezza stradale resta centrale nel discorso istituzionale. Il controllo della velocità è riconosciuto come uno dei fattori chiave nella riduzione della gravità degli incidenti. Tuttavia, l’efficacia di questi strumenti è strettamente legata alla loro legittimità e alla fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni.
Preoccupazioni, ricorsi e il rischio di una valanga giudiziaria
Le associazioni dei consumatori guardano con grande attenzione all’evoluzione della vicenda. Secondo Assoutenti, i dati forniti dal MIT delineano uno scenario che potrebbe tradursi in una vera e propria valanga di ricorsi. La possibilità che migliaia di multe vengano contestate o annullate rappresenta un rischio concreto sia per i cittadini sia per le amministrazioni locali.
Il dibattito sugli autovelox non omologati va oltre il mero aspetto tecnico o legale. In gioco c’è anche la percezione che gli automobilisti hanno di questi strumenti. Se vissuti come mezzi per fare cassa, perdono gran parte della loro funzione deterrente. Se invece sono percepiti come dispositivi affidabili e correttamente regolamentati, possono contribuire in modo significativo alla riduzione degli incidenti.
La vicenda italiana dimostra quanto sia fragile l’equilibrio tra controllo, prevenzione e consenso sociale. La mancanza di chiarezza normativa rischia di trasformare uno strumento potenzialmente virtuoso in una fonte di conflitto permanente tra cittadini e istituzioni.
Un sistema da ricostruire su basi solide
Il percorso avviato con il censimento e il decreto sull’omologazione rappresenta un tentativo di ricostruire il sistema su basi più solide e trasparenti. Tuttavia, i numeri emersi mostrano quanto il lavoro da fare sia ancora considerevole. La regolarizzazione degli autovelox, l’adeguamento alle nuove norme e la gestione del contenzioso pregresso saranno passaggi inevitabili nei prossimi mesi.
In questo contesto, il tema degli autovelox non omologati si conferma uno dei banchi di prova più complessi per la politica dei trasporti e per il rapporto tra Stato e cittadini, in un equilibrio delicato tra sicurezza, legalità e fiducia pubblica.







